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Infrastruttura strategica fra Croazia e Italia

Pubblicato da Admin Il 04/04/2026
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Il progetto dell’acquedotto sottomarino tra Duboka Ljuta, vicino a Dubrovnik, e la città di Trani sulla costa italiana nasce come infrastruttura strategica che collega le due sponde dell’Adriatico con un obiettivo chiaro: garantire una fornitura idrica affidabile e di lungo periodo. L’ultima studio di fattibilità definisce un sistema con capacità di 60 milioni di metri cubi di acqua potabile all’anno, destinato ad usi civili e industriali nella regione Puglia, tradizionalmente esposta a scarsità idrica. Il progetto si basa su tecnologie già validate in altri gasdotti e condotte in acque profonde, integrandole in un quadro tecnico, economico e normativo coerente.

Dal punto di vista ingegneristico, il concetto è ambizioso ma pienamente realistico. La lunghezza prevista della condotta è di circa 220 km, posata sul fondale del mare Adriatico, con profondità massime fino a circa 1.233 metri e medie tra 800 e 1.200 metri. Il tubo principale è previsto in PEHD (PE100) con diametro tra 800 e 1.000 mm, SDR 11/17, progettato per pressioni di esercizio di 10–16 bar. Questi materiali e configurazioni sono ampiamente utilizzati nel settore idrico per la loro resistenza alla corrosione e alla pressione, nonché per la facilità di saldatura testa‑a‑testa a bordo delle navi posa‑tubi.

La stabilità e la sicurezza della condotta sono garantite da una combinazione di blocchi d’ancoraggio in calcestruzzo e interramento nelle zone costiere. Lungo gran parte del tracciato, la tubazione verrebbe ancorata ogni 50–100 metri con blocchi di calcestruzzo da 1–5 tonnellate per evitare sollevamenti e spostamenti dovuti a correnti e mareggiate. Nei punti di approdo su entrambe le coste si prevede l’uso di perforazione orizzontale controllata (HDD), che consente di attraversare la battigia senza impattare spiagge e strutture costiere, mentre camere di ispezione e opere a terra assicurano l’accesso per controllo, gestione e manutenzione.

La struttura degli investimenti è tanto importante quanto la soluzione tecnica. Il CAPEX totale è stimato in circa 580 milioni di euro. La voce principale riguarda la fornitura della condotta PEHD: circa 220 km di tubazione DN1000 al costo di circa 1.400 euro al metro, per un totale di circa 350 milioni di euro. A questo si aggiungono circa 48 milioni di euro per ancoraggi, zavorra e rivestimenti in calcestruzzo; 50 milioni di euro per navi specializzate e operazioni offshore; circa 35 milioni di euro per perforazioni HDD e opere costiere; circa 6 milioni di euro per documentazione, studi di impatto ambientale (EIA) e permessi; circa 8 milioni di euro per sistemi di monitoraggio iniziale e ispezioni ROV; e circa 35 milioni di euro di riserva, pari al 5–7% del costo complessivo.

I costi operativi (OPEX) sono relativamente contenuti per un’infrastruttura di questa scala. L’OPEX annuo è stimato intorno ai 6 milioni di euro, di cui circa 3 milioni per l’energia delle pompe (per superare le perdite di carico e garantire la pressione richiesta) e circa 3 milioni per manutenzione, ispezioni periodiche con ROV, sostituzione dei sensori, software e spese amministrative e regolatorie. Per gli investitori, questo rapporto fra CAPEX iniziale elevato e OPEX stabile e prevedibile rappresenta un importante punto di forza.

Il modello di ricavo è chiaro e prudente. Con un volume annuo di 60 milioni di m³ e un prezzo indicativo dell’acqua di 0,80 euro/m³, i ricavi annui arrivano a circa 48 milioni di euro. Su un orizzonte di 20 anni, senza considerare l’eventuale aumento delle tariffe idriche, ciò genera circa 960 milioni di euro di fatturato. Sommando l’investimento iniziale di circa 580 milioni di euro e l’OPEX di circa 120 milioni di euro nello stesso periodo, il costo totale si aggira intorno ai 700 milioni di euro. L’utile netto è quindi nell’ordine di 260 milioni di euro, con un ritorno sull’investimento (ROI) ventennale di circa il 37%. Per un’infrastruttura regolata, con forti valenze ambientali e strategiche, si tratta di un risultato molto competitivo.

Oltre alla dimensione economica, il progetto ha un’importante valenza ambientale e geopolitica. Sul lato croato, l’utilizzo di una parte dell’acqua dolce che oggi sfocia direttamente in mare riduce la pressione ecologica sull’area marittima di Dubrovnik. Sul lato italiano, la Puglia ottiene una fonte stabile e di alta qualità, diminuendo la dipendenza da falde idriche sovrasfruttate e da risorse superficiali vulnerabili. Il progetto prevede una rigorosa procedura EIA, studi batimetrici e geologici, ottimizzazione del tracciato per evitare habitat sensibili e un monitoraggio continuo per individuare tempestivamente eventuali anomalie.

Sul piano istituzionale, l’acquedotto si presta naturalmente a un modello di partenariato pubblico‑privato. Le autorità nazionali e regionali in Croazia e Italia definiscono il quadro regolatorio e di pianificazione, mentre i partner privati apportano capitale, competenze tecniche e know‑how operativo. In questo modo, i rischi tecnici e costruttivi sono assunti da operatori ed appaltatori esperti, mentre i rischi politici e regolatori sono attenuati da contratti di lungo termine e da un sistema tariffario chiaro. Per la collettività, il risultato è un’infrastruttura idrica transfrontaliera robusta, in grado di sostenere sviluppo economico, agricoltura e turismo su entrambe le sponde dell’Adriatico.

In sintesi, l’acquedotto sottomarino Duboka Ljuta – Trani non è solo un esercizio ingegneristico, ma un asset di lungo periodo bancabile che combina fattibilità tecnica, logica macro‑economica e benefici ambientali misurabili. È un esempio concreto di come le infrastrutture idriche transfrontaliere possano diventare strumenti chiave di adattamento in un Mediterraneo sempre più esposto agli effetti dei cambiamenti climatici.

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